Il salto in alto maschile dai 2,30 ai 2,40

Il salto in alto rappresenta una delle sfide più simboliche dell'atletica leggera: vincere le forza di gravità e superare con i soli mezzi fisici di cui la natura ci ha dotato un ostacolo più alto di noi è una forma di affermazione e di esaltazione delle capacità umane la cui attrattiva è paragonabile forse solamente a quella della corsa veloce.

Nel nostro sistema metrico decimale siamo soliti considerare le barriere di riferimento nel salto in alto di dieci centimetri in dieci centimetri, e quindi tendiamo anche a classificare il valore degli atleti in base all'aver superato o meno questi "checkpoint": i due metri, i 2,10, i 2,20 e così via. La storia del salto in alto maschile ci mostra come il superamento di queste barriere ha evidenziato una cadenza accelerata alla quale è seguita una brusca battuta d'arresto. George Horine infatti nel lontano 1912 supera per primo il muro dei due metri. Per arrivare ai 2,10 con Lester Steers dobbiamo attendere 29 anni ed il 1941. I 2,20 vengono valicati da John Thomas 19 anni dopo, nel 1960. Si accelera ancora per il gradino successivo, i 2,30, con Dwight Stones che supera la misura nel 1973, solo 13 anni dopo. L'ultima accelerazione la osserviamo per il muro dei 2,40, raggiunto stavolta solamente in ulteriori 12 anni, con Rudolf Povarnitsin nel 1985. Dopo di che sono iniziati i dolori. Il muro successivo, i 2,50, appare ancora irraggiungibile per gli attuali migliori specialisti, a quasi 30 anni di distanza dal superamento dello step precedente. Non solo, ma negli ultimi 20 anni, finita l'epoca di Sotomayor, i salti oltre i 2,40 si sono contati addirittura sulla punta delle dita di una mano, almeno fino al recentissimo risveglio della specialità che vede attualmente protagonisti l'ucraino Bondarenko, i russi Ukhov e Dmitrik ed il qatariota Barshim. Ma si tratta di atleti per i quali i 2,40 sembrerebbero rappresentare ancora un punto di arrivo più che un punto di partenza per il balzo successivo.

salto-triplo

viktor saneyev

La storia del "velocissimo" passaggio dai 2,30 ai 2,40 in soli dodici anni inizia con un elegante, tecnico quanto giovane saltatore statunitense, Dwight Stones. Longilineo, composto ed efficace, uno Stones ancora decisamente acerbo sale sul podio olimpico a Monaco di Baviera a soli 18 anni e mezzo, saltando 2,21, dietro al vincitore Tarmak a soli due centimetri e a pari misura con il tedesco democratico Junge, argento. Ma Monaco gli porterà maggior fortuna l'11 luglio dell'anno successivo, quando il giovane americano supererà la storica barriera dei 2,30, diventando così il primo fosburista a detenere il record mondiale della specialità. Grazie ad un'eccellente regolarità Stones manterrà per diversi anni la leadership mondiale del salto in alto fino al 1976, elevando il record prima a 2,31 proprio prima dei giochi olimpici di Montreal e a 2,32 subito dopo, il 4 agosto a Filadelfia. La vittoria olimpica però gli sfuggirà sempre: favorito d'obbligo a Montreal, ripeterà la medesima misura e posizione di quattro anni prima, complice una gara sfortunata svoltasi sotto la pioggia. La pedana bagnata annacquerà la sua veloce rincorsa a favore del ventenne polacco Jacek Wszola, che ne approfitterà per piazzare il salto vincente a 2,25. Stones realizzerà la miglior misura della propria carriera ben otto anni dopo, nel 1984, superando i 2,34 del nuovo record USA agli Olympic Trials, quando però il record del mondo si era ormai definitivamente allontanato dalle sue possibilità.

Nel 1977 lo stile ventrale ebbe il suo ultimo colpo di coda grazie ad un giovanissimo ragazzo sovietico, il 3 Luglio 1977 allo stadio di Richmond, in Virginia, ad un match juniores tra USA ed URSS: il diciottenne Vladimir "Volodya" Yashchenko era ancora quasi sconosciuto, nonostante il rispettabilissimo record di 2,26 con cui si presentò in pedana in quel caldo pomeriggio. Sotto gli occhi increduli degli spettatori americani il giovanissimo Yashchenko superò prima i 2,31 del nuovo record europeo per poi strappare il record del mondo a Dwight Stones, realizzando un incredibile 2,33. "Ma chi è questo Yashchenko, io non l'ho mai visto, non ho mai sentito parlare di lui" sarà l'incredula reazione del veterano Stones, raggiunto dalla notizia del nuovo record. L'anno successivo, il 1978, sarà l'anno di Volodya: la gara degli europei indoor di Milano del 12 marzo rimane una pietra miliare del salto in alto, indelebilmente scolpita nei ricordi e nell'immaginario di ogni appassionato di atletica. Yashchenko effettuò 20 salti, metà dei quali sbagliati, l'ultimo dei quali lo porta a valicare i 2,35, che rimane a tutt'oggi la più elevata misura mai realizzata con lo stile ventrale. Il record "ufficiale", quello outdoor, viene migliorato da Volodya con 2,34 il 16 Giugno 1978, a Tbilisi. In settembre arriva l'attesa vittoria ai campionati europei di Praga, ottenuta con un autorevolissimo 2,30 in una giornata fredda ed umida. E qui finisce la vicenda internazionale di questo saltatore immensamente dotato. Il talentuoso ragazzo che tutti pronosticavano come il futuro valicatore dei 2,40 e trionfatore per elezione delle "sue" olimpiadi moscovite del 1980 scompare nel nulla dopo alcune brevi e poco significative apparizioni nel 1979, distrutto dagli infortuni da superlavoro e da una serie di inutili operazioni al ginocchio.

Il 2,34, record mondiale ufficiale, di Yashchenko viene cancellato il 25 maggio 1980 ad Eberstadt dal vincitore di Montreal, l'ormai ventiquattrenne Jacek Wszola, che supera i 2,35, rendendo così assai credibile la sua candidatura ad una seconda vittoria olimpica consecutiva. Per la prima volta dai tempi di Horine il primato del mondo appartiene ad un atleta che non sia russo o statunitense. Ma il giorno successivo il diciannovenne Dietmar Moegenburg, lungagnone tedesco occidentale alto 2.01 x 75kg di peso, uno dei battuti da Wszola nel giorno precedente, gareggia nuovamente ed eguaglia a sua volta il record: 2,35 a Rehlingen. La finale olimpica di Mosca, con Yashchenko fuori gioco, Moegenburg, il "gemello" Thrahnardt e tutti i saltatori americani fuori per il boicottaggio ed il fortissimo tedesco orientale Rolf Beilschmidt infortunato, sembra essere appannaggio esclusivo di Jacek Wszola. Il campione polacco gestisce la gara da par suo, alzando orgogliosamente il dito al cielo con sicurezza dopo aver superato i 2,31. Ma, come quasi sempre accade nelle gare olimpiche e mondiali di salto in alto, è piuttosto raro che sia il favorito a vincere. Ed anche stavolta il capriccioso Dio delle pedane ci mette lo zampino soffiando il suo vento divino sul 21 enne tedesco orientale Gerd Wessig. Presentatosi in finale con un recente personal best di 2,30, nessuno avrebbe scommesso sulle sue concrete possibilità di battere il più esperto ed accreditato Wszola. Eppure Gerd supera con facilità impressionante prima i 2,31 e poi i 2,33, misura alla quale Wszola deve arrendersi urlando al vento tutta la sua rabbia per una terza prova fallita di un soffio. Wessig, già medaglia d'oro, fa porre l'asticella a 2,36 e lo valica con facilità irrisoria, scivolando egli stesso incredulo e trasognato fuori dei sacconi. Il giro di boa dai 2,30 ai 2,40 è quindi cosa fatta. Wessig prova anche i 2,38, sbagliandoli di un nonnulla. Dopo la finale di Mosca Wessig non ritroverà mai più uno stato di grazia nemmeno paragonabile a quello del suo "giorno dei giorni". Vittima anch'egli di numerosi infortuni, continuerà a gareggiare per qualche anno senza più cogliere affermazioni.

joao carlos de oliveira

Ma il suo record resisterà tre anni, e per riaprire la strada verso i 2,40 bisognerà attendere il giugno del 1983, quando una notizia battuta da un'agenzia francese recita: "Le chinois Zhu Jianhua bat le record du monde de saut en hauter avec m2,37". Il ventenne Zhu si era intravisto nel 1981 a Roma in Coppa del Mondo, quando arrivò ultimo in una per lui mesta giornataccia con solo 2,05. Capace di saltare 2,13 a 16 anni, nel 1982 si era portato in zona rossa superando i 2,33. Eppure il suo record di Pechino viene quasi accolto con un moto di incredulità. La finale dei primi Campionati del Mondo di Helsinki 1983 vedrà Zhu non andare oltre al terzo posto con un 2,29 un po' deludente, ma l'atleta cinese conferma le proprie straordinarie capacità superando nell'anno stesso i 2,38 a Shangai. Dwight Stones commenterà affermando di "non avere mai visto un saltatore veloce come questo cinese". Il 10 Giugno 1984 Zhu sbarca nuovamente in Europa dove ad Eberstadt, nel tempio tedesco del salto in alto, lo attendono agguerriti i "gemelli" germanici Dietmar Moegenburg e Carlo Thranhardt. Ne esce la gara di salto in alto più performante di tutti i tempi fino a quel momento. Moegenburg e Thranhardt valicano la misura di 2,36 eguagliando il record europeo di Wessig. Ma Zhu impartisce ai due campioni tedeschi una severissima lezione superando imperiosamente i 2,39 del nuovo record mondiale, scaricando la sua tensione con una danza selvaggia e diventando il favorito d'obbligo per la finale olimpica di Los Angeles. Ma a Los Angeles ancora una volta non sarà il favorito a vincere. Moegenburg attende il cinese al varco interpretando una gara esemplare grazie alla propria proverbiale carica agonistica che lo vede superare in assoluta sicurezza i 2,35 che gli assicurano la medaglia d'oro. Curiosamente sia Wszola che Moegenburg coglieranno la vittoria olimpica in un momento in cui in base ai soli numeri non sono loro i più forti. Dietro Moegenburg il giovanissimo svedese Patrick Sjoberg arriva all'argento con 2,33, di nuovo terzo Zhu, con un 2,31 lontano dalle sue migliori possibilità. E con Los Angeles anche per Zhu arriva purtroppo il canto del cigno: colpito da continui infortuni sparirà definitivamente dalla scena internazionale. Ad Olimpiadi passate merita una menzione la gara di Rieti del 2 settembre 1984, quando il sovietico Valeriy Sereda prima e Carlo Thranhardt subito dopo ritoccano il primato europeo saltando entrambi 2,37.

Ormai la caduta del muro dei 2,40 sembra matura, in troppi ci si sono avvicinati. Ed infatti il grande muro cade la stagione successiva, l'11 Agosto del 1985, in una riunione a Donyetsk, nell'allora Unione Sovietica. Un ragazzo di 23 anni totalmente sconosciuto, Rudolf Povarnitsin, si presenta in pedana con un personal best piuttosto "normale": 2,26. Migliorandosi a più riprese infila una serie impressionante di salti valicando, primo uomo nella storia, i 2,40. Un record sì eccezionale ma che, visto a posteriori, assume quasi un sapore effimero, e non soltanto perchè verrà superato solamente 24 giorni dopo. Povarnistin dopo quella gara fantastica incapperà in una serie di prestazioni deludenti, dalle quali si riscatterà parzialmente soltanto nel 1988, nella finale olimpica di Seoul, dove riuscirà ad agguantare una medaglia di bronzo olimpica con la misura di 2,36.

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